Da Platone all’esistenzialismo.

Lo sguardo di Stefanini sull’intero arco della storia del pensiero, affinato nella stesura dei manuali filosofico-pedagogici, s’è focalizzato su alcuni autori congeniali: Platone e Agostino per l’antichità; Bonaventura per il medioevo; Cartesio, Gioberti, Blondel e gli esistenzialisti per il pensiero moderno e contemporaneo. Emerge così la chiave di volta di un sistema di pensiero che pone al centro l’unitarietà della persona e, per metodo, la procedura dialogica dell’eduzione intorno alla multiforme esperienza personale: «la filosofia, ch’è la scienza della verità totale, non inducededuce, ma educe – cioè induce e deduce insieme -, illuminando i fatti allo splendore dell’idea e ricavando l’idea dall’esame dei fatti stessi» (Il problema della conoscenza e l’educazione scientifica, S.E.I., Torino, 1927, p. 138). La concezione del bello, infine, caratterizza le sue riflessioni estetiche nel confronto con l’idealismo, nella prima e nella seconda fase, ma anche e soprattutto con il pensiero della contemporaneità nella terza fase della sua produzione.

Nei due volumi del Platone, «alla piena padronanza delle fonti primarie (la letteratura platonica e i frammenti della tradizione greca più antica) e delle primarie testimonianze (soprattutto Aristotele) fanno riscontro il dominio e l’impiego critico di tutta la letteratura secondaria, dell’Ottocento e del primo Novecento, prolungata fin quasi alla metà del nostro secolo [Novecento] negli aggiornamenti bibliografici della II edizione» (G. Santinello); il «meglio che la storiografia filosofica italiana in passato ha prodotto su Platone» (G. Reale). Per Stefanini il segreto di Platone è la scepsi, nella tensione dell’eros, intrinseco alla struttura della ragione, sospinta alla continua ma non vuota ricerca: «Platone è il ricercatore instancabile di ciò che ha già trovato […]. Giunto al limite della ricerca, egli non dichiara inconoscibile, ma semplicemente  non conosciuto da lui ciò che resta al di là; non dubita della verità, ma delle prove della verità […]. Eros è il simbolo divino di questa filosofia» (Platone, I, pp. XXXIII-IV).

Analizza, specialmente nel Sofista, le aporie del discorso platonico, apparentemente inconcludente e alle prese con le contraddizioni dell’‘unitarismo eleatico’ che in Parmenide obbligavano alla pura logica dell’identità. Mostra come Platone abbia superato una simile paralisi del pensiero, assumendone l’esercizio indefesso come luogo della verità. Questa, sempre irrinunciabile, resta aporetica. Irrinunciabile, per ragioni diverse, nella sua unità e molteplicità. Ma aporetica perché conciliabile soltanto in una sfera di realtà che obbliga il pensiero ad andare oltre il ragionamento dimostrativo, per affidarsi all’intuizione della possibilità di una dialettica interna, nella ‘comunanza’ tra le idee somme (essere, non essere, identico, diverso, contrario) (Platone, II, p. 196).

Nell’interpretazione di Platone evidenzia con grande efficacia uno dei problemi più ostici dell’esegesi platonica: il rapporto tra le idee, e tra le idee e la realtà, secondo la struttura mimetico-metessica. Vede il Sofista «quale risposta alle istanze del Fedro, del Teeteto e del Parmenide», rilevando che «non si identificano più le idee con l’essenza, ma si rendono ‘partecipi’ dell’essenza o – ciò che nella terminologia platonica le equivale – dell’essere» (Platone, II, p. 197). Partecipazione derivante dalla ‘natura’ di ciascuna idea su cui si basa un sistema di relazioni, un relazionismo da non scambiare con relativismo, quale si avrebbe se le idee fossero conseguenti alle relazioni tra loro e con la realtà, anziché queste dalla natura delle idee. Sì da poter parlare di ‘oggettività dialettica’ e di ‘distinzione ontologica’ a proposito delle idee. In tale relazionismo si strutturano gerarchicamente sia le idee che il mondo sensibile.

 

Connettivo e isolante delle idee (le imagini, che i pedanti mi rimproverano, non tornano mai tanto a proposito come nell’interpretazione del più imaginifico dei filosofi) connettivo e isolante sono appunto l’essere, l’identico e il diverso: connettivo il primo che tutti gli esseri abbraccia con la nota comune della realtà, isolante gli altri due, che saldano il singolo alla propria physis [natura] e lo distinguono dalla physis [natura] di ogni altro. Si potrebbe dire che l’essere, oltre che principio di realizzazione, è anche principio di coesione delle idee; che d’altronde l’identico è il principio di distinzione interna, mentre il diverso è il principio della distinzione esterna (Platone, II,  p. 199).

 

Dopo il Platone, Stefanini sviluppa il tema dell’immagine nel Problema filosofico dell’imaginismo: è l’universo semantico della conoscenza simbolica, trattata sia sul piano strettamente gnoseologico, per cui l’uso dell’immagine è strettamente connesso al problema del linguaggio, sia sul piano antropologico, ov’è valorizzata la dignità dell’individuo visto, sul solco della Patristica, come imago Dei. Tale visione umanistica si preciserà in Stefanini come filosofia della persona. L’attività dello spirito reca intrinseco il riflesso del divino atto creativo. L’aspetto imitativo, che è derivazione dell’immagine, sancisce un’invalicabile alterità (negata nell’immanentismo), mentre il rapporto partecipativo garantisce l’autenticità del ritorno all’originale (impedito nel dualismo).

 

Il confronto della posizione metessica con quella mimetica dà modo di delineare di entrambe i tratti differenziali, in cui è già segnata la duplice destinazione di ogni futura metafisica ed epistemologia. La metessi tende a denotare il processo di unificazione del reale, sia con una risoluzione dell’empirico nell’ideale, sia con la risoluzione in senso inverso dell’ideale nell’empirico, in ogni caso con l’immanenza dei due ordini. Invece la mimesi tende a staccare i diversi piani dell’essere, gerarchicamente disposti, con la trascendenza dei superiori rispetto agli inferiori. La prima è monistica, l’altra monadistica […]. Nella metessi l’assoluto è pura noesi, nella mimesi è noesi e poiesi insieme. In quella l’ideale ha un valore formale, in questa formativo. Nella prima l’assoluto è il Bene quale oggetto d’amore, nella seconda quale soggetto e oggetto d’amore (Imaginismo come problema filosofico, vol. I, Cedam, Padova, 1936, pp. 175-176).

 

Dall’immagine s’ingenera l’‘inquietudine’ del conoscere a tutti i livelli (ontologico, gnoseologico, pedagogico, politico, estetico, ecc.) ma sempre nella ‘tranquillità metafisica’ del sapersi in un cammino dotato di senso. Nella realtà comunicativa del conoscere esistenziale è pertanto fondamentale il pensiero simbolico. Pensiero e linguaggio non sono mai esaustivi, ma sempre allusivi d’altro: intrinsecamente significativi, non costitutivi di realtà. Soltanto nell’attività artistica segno e immagine sono simbolo realizzato, assoluta immagine.

Con la concezione immaginistica Stefanini in parte s’accosta e in parte si discosta dalla fenomenologia, che diede avvio ad indirizzi a vario titolo esistenzialistici. Nel Momento dell’educazione del 1938 egli passa in rassegna i principali esponenti della fenomenologia, con particolare attenzione ad Heidegger, il cui pensiero introduce in Italia, e a Max Scheler. Inaccettabile, per Stefanini, è la frattura determinatasi nella coscienza con l’adozione della epoché, che inficia alla radice il processo ideativo della conoscenza. La coscienza trascendentale, prigioniera della sua ipotesi metodologica, rimane nell’impossibilità costitutiva di trascendersi verso il mondo della vita, che dichiara di volersi garantire come proprio oggetto. Nella fenomenologia, dice, si sono posti in modo eccellente i problemi del rapporto tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, ma si è preteso di andare oltre con la soluzione dell’intenzionalità: una specie di «connettivo tanto elastico, da potersi allungare indefinitamente […] sì da congiungere al soggetto tutto ciò che infinitamente lo trascende». Scheler, ad esempio, «entifica il valore come tale, ed elide la persona, che è l’unica entità da cui il valore ha principio e in cui il valore consiste»: fa «della persona un mero sostrato portatore del valori (Wertträger)». Invece, «il primo contatto che l’io ha con se stesso gli attesta che la coscienza non è mai nella condizione, finta dalle scuole tedesche, del Bewubtsein überhaupt, ma sempre nella condizione di una singola coscienza e della coscienza di un singolo»(Esistenzialismo ateo ed esistenzialismo teistico. Esposizione e critica costruttiva, Cedam, Padova, 1952, p. 301, già pubblicato nel «Giornale di Metafisica», 1949, nn. 1-3 e 1950, nn. 1-4).