A. Rigobello Testimonianza

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T E S T I M O N I A N Z A  di Armando Rigobello  LUIGI STEFANINI: L’UOMO E L’OPERA

Il mio intervento[i] ha un tema molto ampio: ma cercherò di contenerlo nei limiti stabiliti. Non penso di tenere una lezione accademica: il luogo dove si parla, in qualche modo condiziona l’esposizione. Già le parole dell’Assessore al Comune ci hanno introdotto a considerare un aspetto della personalità di Luigi Stefanini, a coglierla negli anni della sua formazione e della giovinezza. Se volessimo riferirci all’itinerario e all’interno sviluppo della persona di Stefanini, potremmo in qualche modo distinguere tre periodi diversi: il periodo della formazione e degli esordi come professore nei licei primo periodo universitario tra le due guerre ed infine un terzo che si riferisce al dopoguerra alla piena maturità speculativa del Maestro trevigiano.

 

Gli anni della formazione a Treviso, studente di liceo e i successivi anni universitari a Padova sono anni di notevole impegno nella vita ecclesiale e socio-politica trevigiana. Di ciò ci parla con ricchezza di particolari e acutezza di sintesi don Silvio Tramontin[ii]. Io vorrei ricordare, di quel periodo, soprattutto l’impegno polemico del giovane Stefanini in difesa della verità e degli ideali. La sua opposizione al fascismo di quegli anni è connessa con quella che già da allora chiamava “il vuoto formalismo del sistema liberale”. Questa opposizione si concretava con la convinta adesione al Partito Popolare e con la partecipazione, anche con responsabilità direttive, al Movimento cattolico giovanile.

 

All’università Stefanini non incontrò un maestro decisivo per la sua formazione filosofica. In quel tempo nel mondo universitario, specie in filosofia, non vi era spazio per un cttolico dichiarato ed impegnato. L’università di Padova era ancora segnata dall’eredità di Ardigò. Stefanini si laureò con Aliotta, maestro napoletano, da poco giunto a Padova e pressochè estraneo alle tradizioni patavine. La carriera di Stefanini non è quella dell’assistente universitario che poi diviene professore nell’università, ma quella del professore liceale, prima supplente a Treviso e Padova, poi in cattedra a Taranto, sede fortunatamente scambiata con quella di Mantova. A Mantova, lo diciamo per inciso, ebbe tra i suoi alunni la futura mamma di Enrico Berti che del professore Stefanini ricordava il fascino esercitato dla suo giovanile impegno paidetico. Questo impegno nella scuola è accompagnato in quegli anni dall’attività editoriale, ossia dalla pubblicazione presso la S.E.I. di Torino, di una storia della filosofia ed indi della pedagogia per i Licei e gli Istituti Magistrali come pure di classici da leggere nelle varie classi. In quel periodo erano usciti i nuovi programmi della scuola media superiore e ferveva il lavoro per preparare strumenti adeguati alle nuove prospettive che si aprivano. L’attività editoriale fornì allo Stefanini anche i mezzi per la pubblicazione dei due ponderosi volumi su Platone che furono decisivo per il suo accesso all’insegnamento universitario: la cattedra a Messinaed infine la chiamata all’università di Padova.

 

Siamo così giunti al secondo periodo della vicenda biografica e speculativa di Luigi Stefanini. Stefanini non è più il giovane pensatore polemico, impegnato nella lotta ideale e politica del cattolicesimo trevigiano, è il professore cattedratico volto a mediare la tradizione cattolica con il contesto filosofico dominante in Italia in cui il pensiero cattolico era praticamente emarginato. Eravamo nel clima della Conciliazione, della riconciliazione nazionale. Qualcuno ha creduto di vedere una dissonanza tra gli anni di Stefanini a Treviso e i successivi a Padova. In realtà la continuità va ricercata nella costante preoccupazione per la presenza del pensiero cristiano nella cultura e nell’opera educativa della scuola ad ogni livello. Stefanini non era un politico, sebbene avesse viva la preoccupazione politica, era soprattutto un filosofo ed un professore impegnato nella metanoia dei suoi allievi attraverso la paideia. Negli anni tra le due guerre Stefanini è quasi l’unico pensatore cristiano in cattedra universitaria: il rifiorire della metafisica classica e dello spiritualismo cristiano sono fenomeni del secondo dopoguerra. Per trovare uno spazio per il pensiero cristiano all’interno della tradizione italiana occorreva risalire lontano, al Vico, e successivamente al Rosmini ed al Gioberti, al Manzoni. Poi si era operata una cesura; al “risorgimento”, per usare un’espressione giobertiana, succede il “rinnovamento”. La seconda metà del secolo XIX° non vede più pensatori cattolici di rilievo. Si afferma il positivismo e, al suo declino, all’inizio del nuovo secolo, la ripresa spiritualistica è di matrice idealistica, immanentista. In questo contesto, allÆindomani della Conciliazione, Stefanini svolge un’opera culturale di mediazione, di ricomposizione richiamandosi alle più lontane radici classiche, a Platone e indi ad Agostino e Bonaventura. L’ “imaginismo” classico e patristico lo rende  d’altra parte sempre più sensibile ai problemi dell’estetica tipici della terreno speculativo, a quelli della persona. L’interlocutore su cui misura il suo pensiero in fecondo fermento è Gioberti, cui dedica una esemplare monografia di notevole valore storiografico e soprattutto speculativo.

 

Giunti , in questo breve excursus, al terzo periodo dell’attività di Luigi Stefanini, nel secondo dopoguerra, è bene tracciare un bilancio della sua matura posizione speculativa. Si è visto come essa cominci a delinearsi in dialogo con Platone, Bonaventura, Gioberti. La tesi di laurea era stata invece incentrata sul rapporto tra pensiero cristiano e filosofia contemporanea avendo per oggetto Blondel. Platone lo aveva inserito nella più classica delle matrici speculative, con Gioberti giunge ad una feconda convergenza di motivi platonici e di prospettive proprie dell’idealismo tedesco. Si potrebbe indicare nell’ “eduzione” giobertiana il nodo speculativo attorno al quale Stefanini compie un primo bilancio del suo pensiero. Riprendendo i motivi della “scepsi” platonica, L’ “eduzione”, emblematica della stessa riflessione filosofica, si presenta come processo di mai compiuto chiarimento di una intuizione originaria.

 

L’esistenzialismo costituì un ulteriore punto di riferimento. In questo movimento di pensiero lo Stefanini scorge da un lato la rottura radicale con la precedente tradizione filosofica, dall’altro la considera una lucida conseguenza di tutto l’itinerario del pensiero moderno e dell’idealismo trascendentale in particolare. La contraddizione tra rottura di una continuità e compimento di un processo è apparente, poichè quel radicale distacco discende dalla consapevolezza delle conseguenze ed è di questa consapevolezza che si alimenta il giudizio teoretico che porta alla rottura. La “sconnessione” in seno all’Assoluto, che è nota caratteristica del pensiero esistenzialistico speculativamente rigoroso, è  inaudita conseguenza di quel limite intrinseco all’Assoluto stesso che Fichte ed Hegel hanno compiutamente teorizzato. Anche sul terreno estetico ritroviamo analoghe posizioni. La filosofia diventa “parola assoluta” con l’idealismo trascendentale, specialmente con l’attualismo gentiliano. Per questa posizione è  vera soltanto in una prospettiva ove la vita venga intesa come creatività artistica. L’autocreazione, l'”autoctisi” di cui parla Giovanni Gentile, è l’illusione dell’uomo che si pone al posto di Dio, ma acquista parvenza di realtà sul piano estetistico. Il risveglio da questa illusione ci situa in quella “sconnessione” che presso gli esistenzialisti è criterio interpretativo della vita e della realtà.

 

Il giudizio sull’esistenzialismo e il chiarimento dei suoi rapporti con l’idealismo offrono allo Stefanini i criteri per una sintesi storiografico-speculativa che per l’immatura scomparsa il pensatore veneto ha solo in parte delineato; eccone i tratti fondamentali. L’immanentismo idealistico non è riuscito ad esaurire in sè la realtà e quindi a rendere conto della complessità dell’esperienza; ne discende l’evasione estetistica, ossia un concepire la vita come arte, eludendo, nella compiutezza e gratuità dell’immagine, le difficoltà dell’impatto con il concreto. La posizione immanentistica, allorchè l’ottimismo idealistico si capovolge di fronte alle istanze non superabili dell’esistenza, si presenta come orizzonte intrascendibile della dissociazione e dello scacco, esito conclusivo di un processo che ha assolutizzato l’unilateralità. Di fronte a questa situazione, Stefanini formula la proposta secondo cui la realtà personale, posta al centro della considerazione metafisica ed etica, si presenta capace di recuperare il senso dell’esistenza ed insieme si pone come luogo dell’universalità del valore.La proposizione fondamentale; di tale personalismo è come riassunta nell’enunciato: “L’essere è personale e tutto ciò che non è personale nell’essere rientra nella produttività della persona, come mezzo di manifestazione e di comunicazione”[iii]. Lo Stefanini giunge a questo enunciato attraverso un esame critico compiuto sull’esperienza, compresa l’esperienza interiore e l’esperienza logica. L’esame critico non è, per lui, uso aprioristico della ragione concepita come Assoluto, ma un rigoroso esercizio di chiarimento di contesti già dati, una loro compiuta delucidazione. Applicando questo metodo, Stefanini passa dalla “mediazione psicologica” alla “partecipazione metafisica”. I risultati dell’indagine possono riassumersi nel riconoscimento della “primalità dello spirituale sull’empirico”; nella “razionalità quale processo coesivo della persona con se stessa”; nell'”unicità quale determinazione prima dell’essere personale”; nell’ “apertura cosmica, sociale, e storica della persona finita”; nella sua “apertura metafisica”. L’ontologia personalistica è di ordine assiologico, poichè rifiuta di assumere la contraddizione come costitutiva; fare ciòò comporterebbe l’accennata “sconnessione” e il volto personale della realtà ne risulterebbe “obliterato”.

 

Il limite non è nell’Assoluto, ma costituisce una insuperabile esperienza della persona umana. Il trascendimento di questo limite comporta l’abbandono del piano dell’immanenza e il riconoscimento della trascendenza di Dio. E’ questo il momento in cui la persona si riconosce come finita ma allo stesso tempo si radica nell’infinito. Il reperimento del limite apre inoltre la persona alla comunione con le altre persone e dà luogo a una visione personalistica della società, un personalismo sociale appunto. Dio e uomo sono persone, ma pure la realtà cosmica, frutto della produttività personale di Dio e dell’intervento dell’uomo, ne ripete i ritmi e ne sviluppa le possibilità. Tutto l’essere riceve unità ed armonia dall’intenzionalità della persona che lo illumina con i caratteri della sua dinamica spirituale.

 

Il termine personalismo con cui si indica la più matura prospettiva filosofica di Luigi Stefanini richiede una precisazione dato che il concetto di personalismo si è andato configurando, nei decenni centrali del nostro secolo, in vari modi. I rapporti di Stefanini con la cultura francese, ed in particolare con la di Lavelle e Le Senne, inducono a confrontare il personalismo stefaniniano con quello di Emmanuel Mounier e del movimento sorto attorno alla sua rivista . Ciò per l’affinità dell’approccio esistenziale ai tempi della persona e per l’attenzione rivolta alle dinamiche dell’interiorità piuttosto che alle definizioni formali; si aggiunga la particolare sensibilità verso un’esigenza di impegno. Va tuttavia osservato che il personalismo di Stefanini nasce all’interno di una linea speculativa che da Platone risale ad Agostino e giunge al Gioberti e che si confronta con l’idealismo e più particolarmente col neo-idealismo italiano e si inserisce nelle possibilità offerte dalla crisi stessa dell’attualismo di Giovanni Gentile. Il personalismo di Mounier ha invece una genesi etico-politica e si articola sul prevalente terreno delle dinamiche psicologiche. Il confronto con l’idealismo, dottrina di rilievo secondario nel contesto speculativo francese, in Mounier è molto minore mentre è più accentuato quello col marxismo.

 

Il personalismo di Stefanini nasce all’interno di una tradizione accademica per quanto ravvivata da un preciso impegno etico-religioso e socio-politico, mentre il personalismo di Mounier e del movimento , che nella rivista omonima trova il suo centro di aggregazione, è più decisamente espressione di un impegno che ha nella pubblicistica il suo luogo di dibattito. Le differenze tra i due personalismi sono quindi di natura teoretica e discendono da due diverse tradizioni speculative, pur nella comune ispirazione di fondo. Se posso accennare ad un ricordo personale, fu proprio il prof. Stefanini che mi fece conoscere il volume Rivoluzione personalistica e comunitaria di Mounier e mi consigliò di dedicare il mio primo lavoro al pensiero di Mounier, volume effettivamente uscito nella collana (Bocca editori, Roma 1955) col titolo: Il contributo filosofico di Mounier . Prima di concludere mi sembra opportuno lasciare la parola al Maestro che ora onoriamo, lasciar parlare Lui sul tema che ci siamo proposti. Il brano che citerò è tratto da La mia prospettiva filosofica, l’intervento di Luigi Stefanini al ciclo di conferenze omonime che egli stesso aveva organizzato ed a cui aderirono i maggiori esponenti del pensiero filosofico di quegli anni; siamo tra il finire del 1949 e la primavera del 1950. Le solenni conferenze si svolgevano nella Sala dei Giganti del Liviano, la sede della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’UniversitÓ di Padova. Nell’avviarsi a concludere la propria prospettiva Luigi Stefanini così si esprimeva: “Confessione? Anche per me, come per coloro che m’hanno preceduto, esporre la mia prospettiva filosofica è confessarmi. Ma non ho da accusare crisi di coscienza o conversioni che m’abbiano portato da un versante all’altro della filosofia. Ho proceduto sempre nella stessa direzione, partendo non dal vuoto pneumatico ma da un embrione. E ritengo che tale sia la genesi psicologica e logica di ogni filosofia. Non ho applicato il dubbio metodico – metodo artificioso non applicato veramente nemmeno da chi ha annunciato per primo questa finzione nella storia della filosofia – ma ho applicato il metodo dell’integrazione : mettere a confronto l’embrione originario con ogni successiva esperienza di pensiero e di vita, per saggiare la sua resistenza e arricchirlo di ogni incisione fecondatrice”. E venendo subito dopo a parlare dei suoi maestri Stefanini fa una affermazione “che potrebbe forse bastare a qualcuno – egli dice – per squalificarmi come filosofo: il mio punto di partenza è stata mia madre. Fin dai miei primi anni ho constatato nella forma di vita realizzata da mia madre tanta serenità operosa e consapevole, sicuramente orientata verso una meta, tanta tenerezza di sentire e tanta forza di provvedere di resistere alla sventura, da farmi risultare impossibile che in quel sistema di vita non fosse contenuto il senso più alto dell’essere. La mia scienza, quale essa sia, non è che il tentativo di sviluppare l’entimema implicito in quella sapienza; e la mia scienza tende a ritornare a quella sapienza seppur ne rimane sempre discosta”[iv].

A queste limpide e coraggiose parole che non richiedono commento ma meditazione commossa, voglio aggiungere le frasi conclusive della Nota bio-bibliografica che, assieme all’introduzione: L’itinerario speculativo di Luigi Stefanini, ho premesso alla seconda edizione di Personalismo sociale da me curata per l’editrice Studium di Roma nel 1979. Concludevo la breve nota osservando: “Tracciare in alcune linee il tipo umano di Luigi Stefanini significa soprattutto parlare del cristiano e del maestro, tanto queste note erano una sola cosa con la sua personalità. Il pensatore stesso in lui è intimamente unito all’uomo impegnato alla comunicazione della propria scoperta ed alla strutturazione delle realtà sociali e scolastiche di cui elabora la dottrina. Sull’esempio di Platone la sua teoresi aveva un radicale movente politico-educativo e l’ideale teoretico della vita non fu mai in lui disimpegno. Si potrebbe accennare all’inquietudine del pensatore sempre sorretta dall’espressione plastica e luminosa, all’uomo infaticabile nel lavoro, capace di sottoporsi alla più dura disciplina, come di abbandonarsi alla riposante dimensione contemplativa dinanzi alla bellezza, alle vive simpatie umane che suscitava, al rapporto facile, signorile e comprensivo. Aveva della terra veneta in cui era nato e lavorava, il gusto per gli equilibri e la calda tonalità. Nella sua persona c’era qualcosa di europeo e di famigliare insieme, c’era la tradizione italiana riscattata in tante sue parti dall’universalista animazione del Cristianesimo, c’era qual caratteristico gusto veneto fatto di vena contemplativa e di buona testimonianza morale”[v]                N O T E  _________________________

[i] Si è svolto a Treviso, Palazzo dei Trecento, il 14 dicembre 1991, in occasione del Centenario della nascita del filosofo trevigiano [nota del curatore].

[ii] La relazione di Tramontin riguardava Luigi Stefanini nella cultura e nel movimento cattolico trevigiano. Se ne trova un documentato saggio anche in  ATTI del Convegno su LUIGI STEFANINI, a c. della Associazione Filosofica Trevigiana, Canova, Treviso 1987 [nota del curatore].

[iii] Luigi Stefanini, Personalismo sociale, Studium, Roma 1979, p.7.

[iv]  AA.VV., La mia prospettiva filosofica, Liviana, Padova 1950, pp. 224-225.

[v]  Personalismo sociale, ed. cit., p.XXIV.

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