R. Li Volsi, recensione a L. Corrieri

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Laura Corrieri, Luigi Stefanini. Un pensiero attuale.
Prometheus, 2002. Fondazione Luigi Stefanini; pp. 238; E. 19.00

 

La monografia sul filosofo trevigiano è la tesi con la quale L. C. si è laureata all’Università di Firenze, relatore il professor Paolo Rossi, ed edita a cura della Fondazione Luigi Stefanini, che l’ha ritenuta meritevole di pubblicazione. Il lavoro, condotto sulla base di un buon numero di scritti della copiosa produzione stefaniniana (vengono ricordati in particolare La mia prospettiva filosofica, Idealismo cristiano, Metafisica della forma e altri saggi, Imaginismo come problema filosofico, Esistenzialismo ateo ed esistenzialismo teistico, Metafisica della persona, Personalismo filosofico, Personalismo educativo, Personalismo sociale, Trattato di estetica, ecc.), presenta un profilo del filosofo che si sviluppa sui due piani, cronologico e sistematico, offrendo al lettore la possibilità di comprendere la genesi del pensiero ‘personalistico’ nel contesto acceso e fervido di prospettive quale è stato quello dei due dopoguerra, soprattutto con i Convegni di Gallarate. Con partecipazione e finezza di indagine, la Corrieri presenta la genesi del pensiero stefaniniano all’interno dei ‘personalismi’ coevi, cristiani e non, dai quali esso emerge. «La prospettiva che differenzia il personalismo cristiano dalle altre forme di personalismo è il recupero della trascendenza e del concetto di creazione. Lo sviluppo di questa corrente di pensiero e di orientamento etico ha assunto una varietà di aspetti e di sfumature nei diversi paesi, a causa delle differenti culture nazionali. In Italia, oltre Stefanini, trovano spicco A. Carlini e L. Pareyson; in Francia E. Mounier, G. Marcel, M. Nedoncelle e, per certi aspetti, anche J. Maritain e P. Ricoer; in Germania P.L. Landsberg, M. Scheler ed, entro certi limiti, anche R. Guardini. Il termine personalismo, secondo Mounier, è usato per la prima volta da Charles Renouvier in un saggio intitolato Il personalismo, pubblicato nel 1903. Esso indica una dottrina della persona intesa come coscienza e come centro d’irradiazione di atti volontari, che la qualificano più moralmente che metafisicamente» (p. 67). Si tratta di una genesi che, attraverso le tappe dell’idealismo cristiano, dello spiritualismo cristiano, dell’imaginismo, puntualmente messe in risalto da L. C., si conclude con l’approdo a quel personalismo che fa di Stefanini uno dei pensatori italiani del Novecento più interessanti e convincenti. «La concezione stefaniniana del personalismo consiste di una duplice definizione: “in senso lato è personalista ogni filosofia che rivendichi la dignità ontologica, gnoseologica, morale, sociale della persona, contro le negazioni materialistiche. In senso rigoroso si dice filosofia personalistica o personalismo, la dottrina che accentra nel concetto di persona il significato della realtà”. Nell’ultima accezione si evidenzia il senso specifico della filosofia di Stefanini e si completa con l’asserzione che il personalismo “è una dottrina dell’essere e, indissolubilmente, una dottrina del conoscere, per la consustanzialità del pensiero e dell’essere nell’atto con cui l’ente personale si dice a se stesso e da sé esprime sensi degli enti con cui è in relazione, rispondendo col suo atto al loro atto”» (p. 71). Attento alla realtà culturale del proprio tempo in tutte le sue manifestazioni, ma impegnato contemporaneamente in un’opera storiografica di grande rilievo (si pensi alle monografie su Platone, del 1932-1935, e su Gioberti, del 1947), Stefanini viene presentato come «filosofo italiano che non si limita ad una filosofia di piccolo cabotaggio» (p. 170), ma sente dentro di sé quella forza viva della speculazione filosofica, che gli fa dire: «“Un sistema filosofico dovrebbe essere nient’altro che la chiaroveggenza delle anime rette, esplicata”» (p. 36). «Il filosofo è dunque un pensatore che, – dichiara L. C. – pur traendo la sua materia dalla concretezza della vita e della persona, si rivolge alle ragioni ultime per poter meglio svelare la faccia della verità.» (p. 155) È la ‘fame di sapere’ di cui Stefanini parla; è la scepsi platonica che lo spinge a ‘raggiungere’ ciò che già ‘possiede’: «“Non esiste persona, infatti, se non per la possibilità dell’essere di chiarirsi e pronunciarsi a se stesso”» (p. 120).

«Il pericolo di considerare essere e pensiero come due elementi sfasati – chiarisce la Corrieri – viene eliminato dal “primo psicologico”, dal fatto che la persona si colloca nel punto di “consustanzialità” di essere e pensiero. “Consustanzialità” è la parola-chiave che rinnova i rapporti tra essere e pensiero […]: “né essere senza pensiero, né pensiero senza essere […]. Anche in Parmenide […] l’essere era consustanziale col pensiero …, ma nell’antico saggio il pensiero, consustanziale con l’essere, era l’irradiazione dell’essere, la sua evidenza o intellegibilità: non era ancora l’illuminarsi dell’essere a se stesso nell’autopossesso personale”» (p. 109). L’esigenza dell’Esistenzialismo di salvare la realtà della persona, come ci mostra L. C., viene recepita dal nostro filosofo con il correttivo razionale che mette al riparo l’uomo dallo ‘scacco’ della morte e del nulla; così come viene recepito il valore spiritualistico dell’Idealismo italiano contro il materialismo positivistico, senza l’affogamento della persona operato dalla dialettica dell’immanentismo. «Il punto di partenza della speculazione filosofica di Stefanini e di ogni sua dimostrazione è […] l’esperienza che l’io ha di se stesso e dei suoi contenuti» (p. 102). Tutt’altro che essere una leibniziana monade chiusa in sé, l’io è ‘tutta porte e tutta finestre’: aperta alle cose, agli altri io, a Dio. In polemica con i sostenitori della metafisica classica facenti capo all’Università del ‘Sacro Cuore’, Stefanini rifiuta il valore totalizzante di tale metafisica, per la carenza in essa di quella realtà che è la persona: la metafisica dell’essere (dell’oggetto) non solo deve essere integrata dalla metafisica della persona (del soggetto), ma deve essere fondata su questa. «La proposizione fondamentale di Stefanini, la tesi basilare del suo personalismo, è che “L’essere è personale e tutto ciò che non è personale nell’essere rientra nella produttività della persona, come mezzo di manifestazione della persona e di comunicazione tra le persone”. Nell’analisi di questo enunciato ci si inserisce nel cuore della ricerca metafisica. La metafisica, nella impostazione classica, s’impernia intorno al problema dell’essere. Anche il problema centrale di Stefanini è il medesimo, tuttavia con una notevole differenza di impostazione. Egli contesta alla metafisica classica di partire da un concetto astrattissimo di essere (inteso come il sostrato comune a tutte le esperienze), che egli considera un precipitato della eccessiva astrazione di quella metafisica, mentre il concetto di essere nella sua metafisica si annuncia nell’esperienza cosciente dell’io, si manifesta nella vivente realtà dell’atto che è pensiero, volontà, amore. La sua metafisica muove dal SUM anziché dall’ESSE: la chiave metafisica dell’essere è la sostanza spirituale» (p. 108). Seppure proprio nel limite che l’io trova in se stesso stia l’apertura e il radicamento all’Io che è totalmente altro, tuttavia l’io umano reclama a sé un’assolutezza, contemporaneamente universale e individuale, che si manifesta come «identità, unità, unicità, spiritualità, produttività, valore» (p. 104), che ne fa un unicum. La persona non soggiace alla razionalità, ma alla coerenza ontologica dell’io che la ragione mette soltanto in luce: non vi è assolutezza del principio di non contradizione se non perché l’io è in sé incontradittorio: «l’io è infatti il dogma – precisa L. C. – a cui nessuno può sottrarsi» (p. 112), e con le parole dello stesso Stefanini, «“l’unica categoria, l’unica verità assiomatica che è preposta all’ordine della razionalità è l’io”» (p. 120).

Da queste premesse, qui sommariamente esposte, si può comprendere l’importanza attribuita dal filosofo trevigiano agli ambiti nei quali si protende la persona: da quello pedagogico, a quello morale, a quello sociale, a quello estetico, particolarmente sentito da Stefanini, attraverso i quali L. C. ci conduce con mano sicura. Si tratta di un percorso che ci fa comprendere ancor meglio l’attualità di un filosofo che non ha inteso costruire sistemi teoretici, ma piuttosto mostrare il centro da cui si originano e ruotano i problemi dell’uomo. Ponendo l’io quale fondamento metafisico dell’esistenza umana, Stefanini dà gli elementi per uno svolgimento di una metafisica che pone nella persona la misura non protagorea del valutare e dell’operare dell’individuo. «Il personalismo non ha niente a che vedere con nessuna forma di oggettivismo, poiché la persona si realizza soltanto nella comunione con le altre persone» (p. 167). Il primo ambito di questa parte del lavoro della Corrieri su Stefanini è quello pedagogico. «La pedagogia, anziché  rivestire un ruolo di secondo piano rispetto alla filosofia, assume la funzione di ancorare la filosofia al “primum” che è la persona, come egli esplicitamente afferma: “Sono lontano dal credere che la pedagogia sia una specie di philosophia inferior. Anzi la ritengo il controllo a cui il filosofo deve sottoporsi per non perdere il contatto con l’uomo, nel momento in cui egli tende ad esprimere idealmente i valori dell’uomo”» (p. 122). Secondo l’antico monito greco, ‘conosci te stesso’, sviluppato lungo tutto l’arco della filosofia occidentale secondo la paideia platonica, la filosofia è per Stefanini lo strumento principe dell’autoformazione e dell’azione educativa dell’uomo a tutte le età. «Il dialogo implica il logos, ossia la razionalità intesa quale espressione più alta della natura umana, giacché esso è la forma attraverso cui l’uomo si fa persona; l’educazione, essendo finalizzata alla personalizzazione dell’individuo, richiede che la scuola si attui secondo i canoni del dialogo. La parola è un conversare con se stessi e con l’altro da se (cose, uomini, Dio), è il “connettivo universale degli esseri”, lega tra loro gli esseri e la persona nei suoi atti, nei suoi pensieri e nelle immagini, in continuo accrescimento. Parola è tutto ciò che è umano: “Parola è propriamente ogni segno che l’uomo pone di sé nelle cose, per manifestarsi”» (p. 136). La ‘parola’ è quella manifestazione dell’essere che deve tornare alla sua origine, all’essere che così si fa ‘persona’, perché la persona è un fine in sé. «L’essere personale nella sua singolarità è un “fine in sé”, che deve essere rispettato “religiosamente” nel suo valore intrinseco; di conseguenza deve essere privilegiato l’approfondimento personale, in altre parole, deve essere data all’alunno la possibilità di essere se stesso, di maturare la propria personalità tenendo conto dei suoi interessi. La personalizzazione dell’educazione procede sempre rispettando le condizioni soggettive dell’allievo» (p. 130). Il passaggio dall’ambito pedagogico a quello morale è dato da un semplice spostamento di prospettiva. «“Anche qui il discorso preliminare – così introduce Stefanini il suo pensiero morale – riguarda quel punto di passaggio obbligato che è la persona. Il fondamento primo della morale è l’io, con i suoi caratteri […]. Siamo sempre e in primo luogo, responsabili verso noi stessi e non potremmo essere responsabili verso nessun altro potere se non ci sentissimo anzitutto responsabili verso noi stessi. Nessuna autorità – non società, non Stato, non Chiesa, non Dio – può legare l’uomo a sé se non legandolo anzitutto a se stesso. La moralità è quindi, anzitutto, autonomia, cioè autorità che l’io esercita su se stesso, dettando norme a se medesimo, giudicando, condannando, assolvendo se stesso: giudice e parte, nello stesso tempo”» (p. 139). Fondamento della morale è per ciò la coscienza, e «La conquista della coscienza non è per Stefanini una conquista della speculazione kantiana, essa è già presente nella tradizione cristiana risalente al Nuovo Testamento, alla Patristica e ai Maestri del Medioevo. Occorre una “reivindicatio” di ciò che risulta patrimonio del Cristianesimo e che viene tramandato dalla teologia morale fino ai giorni nostri: “il principio che la coscienza vera è per sé regola dell’agire e ciò che si opera contro la coscienza prepara la nostra rovina”» (p. 141). Questa ‘rovina’ non è altro che il fallimento della vocazione dell’essere razionale, che è l’io, di tornare a sé, di riflettersi in sé, con tutte le acquisizioni conseguite attraverso il rapporto con le cose, con gli altri io, con Dio. «Il nerbo della moralità non è quindi la “persona razionalizzata”, ma la “ragione personalizzata”, poiché “L’essere si razionalizza in quanto diventa persona”» (p. 141). Il personalismo sociale risulta così in qualche modo tracciato. «Il primato della persona sulla società fonda e genera la trattazione del personalismo sociale stefaniniano, il quale si regge sul principio della “deduzione irreversibile della società dalla persona”. Come aveva annunciato nella Metafisica della persona, la priorità metafisicamente fondata della persona postula una sua priorità di ordine filosofico, dalla quale se ne deduce una priorità di ordine etico dell’essere personale nei riguardi della società. Il personalismo sociale altro non è che un’estensione del personalismo morale dalla sfera della coscienza individuale ai problemi di una società di persone» (p. 146). Il principio metafisico dell’essere personale supera la finitezza della persona e porta l’essere personale alla sua piena realizzazione, che è quella di essere “diffusivo e automanifestativo di sé”. La dimensione di dono e di allargamento agli altri costituisce, nella persona, la sua vocazione profonda in quanto riproduce, in senso infinitamente ridotto, la relazione di amore esistente in Dio ed è una traccia della sovrabbondanza di quel primo Amore» (p. 149). Il lavoro si conclude con il personalismo estetico. «I due importanti concetti a fondamento dell’estetica [stefaniniana] sono il principio della primalità dello spirituale sul sensibile, grazie al quale la persona imprime il carattere dell’unicità alle sue creazioni, che è lo stile che la contraddistingue, ed il principio della singolarità dell’opera d’arte, che trova giustificazione in un’estetica della “parola assoluta”» (p. 156). «“L’arte è la voce dell’unicità, come la scienza è la parola dell’unità”. Esse esplicano le due caratteristiche della persona: l’unicità che abbraccia il mondo dei “qualia”, e l’unita, che comprende il mondo dei “quanta”» (p. 160). L’arte esprime l’unicità irrepetibile dell’io da cui deriva, assumendo la fisionomia di ‘figlio unigenito’, secondo la definizione di Gioberti che Stefanini fa propria: produzione né riproducibile né permutabile né comparabile, come non è tale il suo creatore. «L’assolutezza artistica è pura attualità e creatività, è atto puro in cui lo spirito possiede interamente se stesso e il mondo, si autogenera ed è autosufficiente, in quanto ritorna “perfecta reditione” su se stesso» (p. 162). L’arte fa parte per ciò di quel perfetto ritorno dell’essere a sé attraverso la ‘parola’, anzi essa è la manifestazione di quel ritorno, sia pure parziale, per cui la sua ‘parola’ è ‘parola assoluta’. «“La forma d’arte è il momento assoluto della parola”» (p. 165). «L’arte come parola assoluta rappresenta una via di liberazione dal limite ontologico della persona, sfiora l’assolutezza del Verbo divino, tenendo presente l’abisso che separa la persona empirica dall’Assoluto» (p. 166).

Giunta alla conclusione, Laura Corrieri così si esprime: «Oggi la sua [di Stefanini] teorizzazione della persona umana anziché sembrare sorpassata e desueta, resta un motivo attuale e degno di approfondimento, un argomento denso di aspettative, ricco di un lievito vitale che dà luogo all’esigenza di un continuo “superamento”» (p. 168). L’attualità stefaniniana sta nella difesa ontologica della persona: «Il valore della persona umana non deve essere posto in dubbio neppure nelle condizioni “limite”: da quella dell’embrione, a quella degli handicap gravi, a quella dei malati in coma irreversibile, ecc. La persona è più del suo corpo, è più del suo pensiero, è più della sua coscienza, proprio perché è più del suo limite. Il richiamo alla trascendenza anziché costituire una fra le molte alternative possibili, sembra essere un principio essenziale che non solo esige, ma anche fonda il rispetto della dignità personale» (p. 169).

Il volume si chiude con la Bibliografia aggiornata delle opere del filosofo trevigiano, comprendenti 360 titoli, a curata dalla Fondazione Luigi Stefanini, e l’indice tematico della bibliografia stessa.

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