Interiorità e Personalità in Luigi Stefanini di Piergiorgio Bruffato

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Concetto di interiorità in Stefanini

 

Lettura da Idealismo cristiano proposta per il 12 dicembre 2013.

 

«L’interiorità della vita conoscitiva che parte dalla profondità e dall’intimità dello spirito»

 

«La conoscenza è attività dello spirito individuale, senza che l’oggetto conosciuto sia una mera modificazione o un momento dello spirito individuale: è questo il principio fondamentale dell’idealismo cristiano, di cui ancora non è stata intesa sufficientemente l’originalità rispetto al naturalismo greco, né la fecondità nei successivi sviluppi della speculazione.

Che il principio sia stato chiaramente affermato dai Padri e dai Dottori della Chiesa, bastino a provarlo brevissimi cenni relativi al pensiero dei due principali rappresentanti della patristica e della scolastica.

Anzitutto, quanto alla soggettività dell’intendere e all’individualità dell’intelletto: nessuno meglio di Agostino è in grado d’intendere l’interiorità della vita conoscitiva, la quale non si diffonde fuori dell’uomo e sopra l’uomo se non parte dalla profondità e dall’intimità dello spirito. Anche quando l’anima umana s’inalza alla contemplazione di Dio, fa leva su se stessa per elevarsi: il redire in se ipsam è condizione indispensabile per trascendere se ipsam. S’illuminano le vie del cielo all’uomo che esplora i segreti della sua coscienza.

Nella fase iniziale della sua speculazione, invero, credette Agostino di trovarsi nella stessa posizione di Platone circa la dottrina della reminiscenza, ma nella maturità dell’ingegno si corresse e segnò tra sé e il Maestro quel profondo distacco che è appunto il distacco tra la mentalità pagana e quella cristiana: poiché, mentre in Platone l’universale, come principio dell’intelligibilità delle cose, è estrinseco all’anima e da questa semplicemente visto e ricordato, in Agostino invece l’universale è l’essere stesso dell’anima ragionevole, la quale da sé lo ricava riferendolo alle cose. «Intellectus in quo universa sunt, vel potius ipse universa». «Quod autem intellectu capitur, intus apud animum est…». «Omne autem quod scit animus, in se habet».

Né, per chi tenga ben presente il valore di queste proposizioni – le quali non sono sporadiche e quasi eccezionali, ma esprimono il motivo centrale e fondamentale dell’Agostinianesimo – l’illuminazione agostiniana ha nulla in comune con la visione platonica. Coloro i quali, vedendo Agostino attraverso gli schemi mentali del naturalismo greco, presumono di riscontrare in lui tracce di ontologismo – della dottrina cioè per cui la mente umana coglie immediatamente l’Essere divino, ed in esso si trasferisce per intendere l’universo attraverso le idee divine – dimenticano che, secondo il vescovo d’Ippona, l’uomo partecipa della sapienza dall’interno e non dall’esterno (particeps esse sapientiae secundum interiorem hominem) e che il lumen mentium di cui si parla in De civitate Dei non va inteso obbiettivamente, ma efficientemente. Dio illumina la mente umana in quanto la rende luminosa, non già in quanto sostituisce la sua luce alla luce propria dell’intelletto umano: il quale è passivo rispetto all’azione divina, solo in quanto riceve da Dio una natura essenzialmente attiva e autonoma. Dio ci aiuta bensì, ma dall’interno. Nisi deus intus adjuverit, la ragione è incapace di penetrare i segreti della verità. Dio è «principium nostrum, lumen nostrum, bonum nostrum…, causa constitutae universitatis, et lux percipiendae veritatis, et fons bibendae felicitatis».

 

Note: da Idealismo cristiano, in «Convivium», marzo-aprile 1929, N. 2, SEI Torino, pp. 280-298; a quel tempo era condirettore della Rivista, per la parte filosofica, Luigi Stefanini. L’opera completa Idealismo cristiano, Zannoni, Padova 1931 raccoglie tre articoli comparsi in tre Riviste diverse.

 

 

 

Testi, spunti e proposte di riflessione

 

  1. Per studiare un filosofo personalista che afferma: «nella sua natura personale l’essere è parola» è necessario andare a conoscere le parole, usate non solo casualmente o per convenzione, con cui egli si esprime.

Da un lato: interiorità, intimità dello spirito, attività spirituale, coscienza e i suoi segreti; nell’intimo splende la scintilla fulcro interiore dell’energia, anima che deve redire in se ipsam, per salvare nell’uomo l’anima. Uomo interiore, persona centro dell’interiorità, nel cui crogiolo hanno origine le idee, si fa esperienza della creatività del pensiero, così che la mente giudica la realtà. Autocoscienza: sento l’essere venire alla luce in me in un atto che è ri-creatore dopo aver fatto l’esperienza dell’incontro con Dio in interiore homine, come partecipazione della Sapienza divina dall’interno e non dall’esterno. Da un embrione vivente di un’esperienza psicologica parte un’idea guida che, al massimo di attività spirituale, può dar origine alla costruzione di un sistema filosofico; ciò avviene in una situazione di riposo, in una meditazione interiore, che fa sorgere un verbo interiore, un verbo mentale.

D’altro lato: esteriorità, le cose, gli uomini e le cose create, la realtà, ciò che è estrinseco all’anima, ma anche in negativo l’esteriorizzazione, la dissipazione esteriore. Nelle cose esteriori si può scoprire l’orma, che in noi, procedendo dall’esterno  all’interno si fa prima di tutto imagine, che così rientra nel circolo della coscienza. Quelle cose che conosco sono l’oggetto, il mondo, gli altri, che nel processo elementare del conoscere divengono appartenenza del soggetto cosciente.

 

  1. Interiorità è una nota e un riferimento ricorrente nell’opera di Stefanini e deriva dalla sua esperienza personale. Egli cerca di arrivare all’essenziale del suo messaggio filosofico, dopo che l’ha vissuto in se stesso, in interiore nomine. Dall’embrione originario ad ogni successiva tappa di pensiero e di vita.

E, dal confronto con altre teorie in cui si sottolinea che la conoscenza derivi da oggetti esterni, dalle cose, egli vuole dimostrare l’ autenticità dell’impostazione che la fa derivare dalla scoperta ed esperienza personale, all’interno di sé: questo è il senso di redi in te ipsum, che si espanderà poi in visione e contemplazione di un Dio personale nel cristianesimo. «La decisiva scoperta della filosofia moderna è l’uomo, e soprattutto la sua coscienza, che nell’idealismo diventa autocoscienza e quel senso dell’interiorità spirituale, proprio dell’autocoscienza» (riferito da Olgiati-Carlini, Neo-scolastica, idealismo e spiritualismo, Vita e Pensiero, Milano 1933, pp. 7-8).

Ciò avviene anche nel contesto delle discussioni con gli spiritualisti italiani (Sciacca, Carlini, Guzzo, Olgiati, etc.). Il monito agostiniano del ritorno all’interiorità rimane disatteso a causa del fatto che la filosofia ha dimenticato il concetto di persona, centro dell’interiorità. Per gli spiritualisti la metafisica si identifica con la filosofia, e l’interiorità è un procedimento per scrutare la genesi psicologica della realtà. Il pensiero contemporaneo favorisce e completa il processo di esteriorizzazione che colpisce il tempio dell’interiorità che è la persona. Noi, come ha detto Stefanini, partiamo dalla vivente realtà di quell’atto ch’è pensiero, volontà, amore.  Stefanini cerca di evitare gli sbocchi sia del Carlini verso un trascendentalismo cristiano, sia dello Sciacca orientato nel senso della metafisica classica. La sua speculazione parte infatti dall’autocoscienza, il cui atto è ri-creatore dell’io finito che prende possesso della realtà e di se stesso, nella posizione di partecipazione all’attività creatrice del Dio cristiano vivente, amante, creante e personale, il cui incontro privilegiato con l’uomo avviene in interiore homine. Lo spirito è dinamismo cosciente che trascende i fatti e i dati, dominandoli ed elevandoli nella sfera metafisica e la ricostruzione metafisica inizia dalla riconquista dell’interiorità.

 

(Riflessioni riprese dalle opere di L. Corrieri, Luigi Stefanini. Un pensiero attuale,  pp. 78.79.96. e dalla biografia di G. Cappello, L. Stefanini, dalle opere e…, pp. 193-201.228.743.749, sotto citate).

 

  1. È un’attenzione che si dipana lungo alcuni dei suoi scritti principali, da Idealismo cristiano (1929) a Personalismo educativo (1955). Ma già nei manuali per la scuola (1924-1927), specie quando scrive di conoscenza, fa riferimento all’uomo interiore e alla creatività del suo pensiero. Di qui parte il problema del metodo necessario per un filosofo nella costruzione di un sistema filosofico: alla base è l’analisi dell’origine delle idee e dei rapporti tra pensiero e realtà. Tutto questo è idealismo cristiano. Il pensare dell’uomo è creare: «l’originalità del suo pensiero è nell’estender al pensiero dell’uomo il potere creativo proprio del pensiero di Dio». «Non si può compiere un trattato di filosofia senza chiedere il riposo, che corrisponde al massimo di attività spirituale, un atto che rappresenti la sintesi perfetta dell’intendere e del volere». Lo studioso non «rifiuta l’incomodo della meditazione con cui l’uomo di coscienza ritrova se stesso in tutto ciò che osserva e impara».

A titolo conclusivo meglio non si potrebbe esprimersi a proposito di Stefanini che con le parole di un amico e collega, Siro Contri, che così gli scrive (1923): «Tu hai un ingegno eminentemente intuitivo. Al di sopra delle parole tu vedi la realtà viva e balzante. Tu ami la grandezza della vita e all’incremento della vita tu dedichi te stesso».

 

(Citazioni da Il problema della conoscenza in Cartesio e Gioberti, SEI, Torino 1927; Il problema del bello e didattica dell’arte, SEI, Torino 1924; Il problema religioso in Platone e san Bonaventura, SEI, Torino 1926; Il pensiero contemporaneo e la dottrina del fascismo, SEI, Torino 1937. Il tutto dalla biografia di G. Cappello, L. Stefanini, dalle opere e…, pp. 126.127.129.130.132.136, sotto citata).

 

Interiorità in altre opere

 

Propongo una lettura in ordine cronologico dei passi che si riferiscono all’interiorità nel tentativo di scoprire il maturarsi progressivo della sua esperienza personale.

  1. Imaginismo come problema filosofico, 1936. La forza dell’imagine dispiega le sue potenzialità dialettiche anche nel momento in cui ripete, nell’ambito del discorso e della parola, la infinita potenzialità creatrice divina; l’imagine come mezzo di conoscenza e come modo per elevare le mente alla trascendenza. «Non siamo creatori del reale, ma ne esprimiamo interiormente il significato, senza riuscire mai ad esaurirlo» (A.M. Moschetti, La ricerca dell’assoluto nell’imaginismo francescano di L. Stefanini, Liviana, Padova 1960, p. 103). Stefanini riprende e precisa l’idea dello spirito umano come attività creatrice sul piano della conoscenza, al pari di quella divina sul piano dell’essere in Inquietudine e tranquillità, 1937, cap. III.

 

  1. I Mistici, 1941. «Nel richiamo dell’uomo dalla dissipazione esteriore all’arca spirituale nel cui intimo splende la Scintilla che illumina la profondità del nostro vero essere, sembra conquistata l’autonomia della persona umana, cresciuta nell’involucro protettore del divino senz’esserne coartata, anzi allevando la forza che emerge libera e responsabile in faccia agli uomini e alle cose» (p. 176).

«La epifania del divino, nell’Itinerario [di Bonaventura], si fa più evidente in quelle idee secondo le quali la mente umana giudica della realtà, trascendendola con un criterio universale che né la realtà né l’anima nostra sono sufficienti a fondare. L’orma si fa imagine meno inadeguata quando dall’esterno ci si raccoglie nell’interno e si scoprono nelle attività dello spirito quelle relazioni dell’intendere, del volere, dell’amare che alludono al mistero dello Spirito assoluto. Perfino l’impenetrabile arcano che s’asconde nel processo elementare del conoscere – per cui l’oggetto resta in sé pur venendo in noi con una sua specie ch’è altra dall’oggetto e una con esso – sollecita la mente alla penetrazione del supremo arcano dell’Essere divino che si duplica nel Figlio, come in un’alterità personale, pur restando uno e indiviso».

«È il postulato inevitabile dell’Essere, pienamente realizzato in atto puro, che sviluppa l’intellectus apprehendens in intellectus resolvens, concedendo un termine concreto alle astrazioni mentali e un principio all’essere potenziale, molteplice e particolare, delle cose create. È il postulato fondamentale del Bene, sommamente diffusivo, che fonda l’universale legislazione della realtà e dell’umana coscienza, integrando di un complemento esauriente i valori positivi e insufficienti della vita» (p. 173).

«Imaginismo può ben dirsi la forma propria del misticismo nostro» e «l’intima scintilla di fronte al divino, anzi una sola cosa con lui…» (pp. 171.179).

 

  1. Spiritualismo cristiano, 1944 (meglio forse parlare di idealismo cristiano). I suoi interessi, dice di sé Stefanini, si sono articolati nel campo della pedagogia, dell’estetica, etc.; sono sorretti da un’idea-guida, vero primum logico e metafisico, esperienza «di un essere che vive nell’attualità del suo dirsi a se stesso: parola». Al principio dell’essere «non è l’essere che sta, ma l’essere che si dice». «Quello che noi siamo, il valore che noi realizziamo nel realizzarci, si traspone in allusione dell’assoluta spiritualità che ci contiene e fonda l’essere nostro». «Sono principio formativo, non formale delle cose che conosco e di ciò che conosco delle cose. L’io rispetto al mondo, l’interiorità rispetto all’esteriorità, non sono nell’interdipendenza del rapporto trascendentale forma-materia, ma nel rapporto di produttività e di efficienza che va dallo spirito alle cose ed è irreversibile». Non siamo passivi nei confronti del mondo, ma «siamo passivi dei limiti del nostro potere rispetto al mondo. La conoscenza è connascenza delle cose nell’atto nostro». Tutto il nostro attivismo gnoseologico ed ontologico si esplica nel nostro imaginismo. «La produttività dell’atto umano è costituito di realtà, ma della realtà dell’imagine» (pp. 385-393).

 

  1. «Il motivo religioso, che ispira tutta la mia produzione, si esplica, come invito al raccoglimento nell’ora grave aperta alle revisioni più radicali, in una sintesi storico filosofica su La Chiesa Cattolica», 1944. Nella Premessa del 15 luglio 1943, lo ripete, riferendosi alla «crisi che imperversa sull’umanità» e sulle «coscienze, scosse dalla violenza dei fatti»: «occorre raccoglimento a che il turbine non ci rapisca a noi stessi». Di fronte alla terribile esperienza della guerra che grava sull’uomo egli sente l’esigenza di un ritornare, in senso agostiniano, alla profondità della propria coscienza proponendo un atteggiamento di “raccoglimento” nel tentativo di ritrovare se stessi.

«La sostanza preziosa, introdottasi nell’uomo nel modo più discreto, in sembianza di lievito e di semente minuta, vi alleva intime energie, producendo dal di dentro il processo di rinnovamento. Ma anche le opere, invece di testimonio d’interiorità energica e fattiva, possono essere indizio di esteriorità e passività; anch’esse possono avere la specie del peso morto e quella forza bruta, ristabilendo quell’ordine meccanico che ripugna massimamente allo spirito del Cristianesimo. Occorre perciò specificare, come è fatto insistentemente dalla Buona Novella, che l’opera non dev’esser vista nella sola sua consistenza fisica, ma in rapporto con l’intenzione in cui è radicata e di cui si alimenta» (pp. 22-23). (A proposito di intenzione cfr. Imaginismo…, pp. 118-121).

 

  1. Metafisica dell’arte, 1947. Il ruolo della parola, che «non può mai essere vista come mezzo alla cosa, ma come cosa essa stessa, la cui significazione si manifesta ripercorrendo lo spazio che intercorre tra l’imagine e quell’intimità di sentire che in essa si palesa e si adempie» (p. 14). «Creare è scatenare dal fondo della coscienza dei dèmoni che nessuna forza riesce poi a contenere» (p. 27). Nelle vecchie metafisiche si tratta di guardare l’essere dal di fuori. Importante è inserirsi «nel proprio verbo mentale che è il modo migliore per riconquistarsi e pienamente possedersi» (p. 13). «Il Verbo interiore, attraverso il quale l’Essere, con un atto di libera creazione, eccede da se stesso per dar vita ad altro essere fuori di sé, inerisce tanto intimamente alla matrice del generante che questo se ne compiace e vi si ama, con un palpito purissimo di Amore che, esso stesso, nulla ha del mancamento e del bisogno, ma resta consustanziale al circolo generativo, da cui procede, esaltando, nel tono di un’accesa emotività, l’attimo di vita che, senza diluirsi nel tempo, sta nella perenne presenzialità che è il segno dell’eterno» (p.12). Appello alla filosofia di Maritain «come presa di coscienza e scoperta pratica della dignità propria di ciò che si cela nel mistero dell’essere umano» (p. 99).

 

  1. Metafisica della forma, 1947. È decisiva la potenzialità attiva del soggetto conoscente e cosciente nel suo rapporto col mondo. «Se la forma è la sintesi nel tempo e nello spazio, l’idea è la sintesi fuori del tempo e dello spazio. L’essenza delle cose è l’atto che le pone, in quanto tale: ciò per cui le cose appartengono interamente all’attività del soggetto cosciente» (p. 25). È legittimo ravvisare il punto di partenza dell’indagine filosofica nel «problematizzarsi della nostra esperienza». È necessario partire dall’«embrione vivente dell’esperienza psicologica», da un’intimità di «cuore» e di «ragione», di «topica» e di «critica». È questa la possibilità «che ci consente di far accadere nel tempo l’idea dell’eterno senza travolgere l’Eterno nel tempo; di far nascere dal relativo l’idea dell’assoluto senza relativizzare l’Assoluto». «Questo è il punto di partenza che ci garantisce un punto d’arrivo che non sia la fine e il nulla» (pp. 47.56).

 

  1. Metafisica della persona, 1949. «La metafisica della persona non intende oppugnare, come falsa, una metafisica dell’essere: soltanto la ritiene incompleta…» (p. 8). L’atto creativo di Dio che «esempla su di sé il mondo delle anime» è in tutto analogo alla esperienza di creatività del mio io, come «breve spazio di terra che io dissodo con la mia attività conoscitiva». «La metafisica della persona è in grado di assecondare un disegno umanistico che porta l’uomo al suo compimento, salvando, nell’uomo, l’anima» (pp. 19.26). «Nell’atto appercettivo il singolo si possiede in quello che esso è e nella sua dipendenza dall’Altro che lo costituisce, sicché la sua visuale si sdoppia, esorbitando dalle condizioni dell’esistente e toccando la sfera in cui l’esistente è contenuto e nella quale sussiste». «La monade spirituale finita pensa Dio, perché ha in sé l’atto vivificante e costitutivo, e quindi lo pensa non come se stessa, ma come altro da sé, nel suo rapporto ad esso» (p. 20). «È il breve spazio di terra che io dissodo con la mia attività conoscitiva che m’illumina sulle vie della causalità spirituale e non sperimenterei il creare divino, come productio ex nihilo sui et subiecti, se in me, suo oggetto, non sentissi l’essere venire alla luce dal mio nulla e non sentissi il mio essere consistere nelle sue qualità proprie, nella sua unità, nella sua libertà, nella sua responsabilità, come altro da Colui che non si svuota di sé per mantenermi in vita, ma accende in me altra vita che gli somiglia in tutto, fuorché in quello che non si può iterare senza contraddizione, cioè la sua assolutezza» (p. 19). «Se i poteri critici degli individui e delle masse dovessero esercitarsi in modo tale da far perdere il senso della norma interiore, per la quale l’io è giudice quando si conquista nella propria razionalità, non ci sarebbe davvero modo di evitare o l’uno o l’altro dei termini dell’alternativa: o lo scetticismo anarchico o il dogmatismo dispotico» (p. 85).

 

  1. La mia prospettiva filosofica, 1949-50. «A confronto con me stesso nella mia esperienza, non mi rendo competente sull’essere se non osservando quello che l’essere è in me stesso». «L‘essere è in me un’attività che a sé ritorna dal proprio atto per possedersi sempre più intimamente e adeguatamente» (p. 11). «L’intima esperienza mi rivela che l’essere, nella sua natura personale, è essenzialmente il suo manifestarsi e il suo dichiararsi a se stesso. Se è stato scritto che, nelle profondità di Dio al principio era il Verbo, io trovo qualche cosa del mistero in me…» (p. 12). La somma esperienza nel possedere se stessi intimamente: «Siamo stati donati a noi stessi affinché ci conquistassimo con le nostre forze: questo è l’unico dono, tremendamente impegnativo, nel quale tutti gli altri doni e tutti gli altri impegni sono compresi» (p. 18). «L’in sé delle cose, inconsapevole di sé, rientra parzialmente per virtù dell’umana produttività nel circolo della coscienza» (p. 21). «L’io si manifesta quale unità e quale identità, cioè quale proiezione dell’unità nel tempo. Io sperimento in me ad ogni istante la primalità dello spirituale sull’empirico e sul corporeo» (p. 13). «Nessuna metafisica si costruisce se il suo primo capitolo non è psicologico» (p. 14).

L’aspetto religioso: «l’uomo non può possedersi se non si possiede in Dio al quale attinge solo se l’uomo «mette in atto tutte le sue risorse per conquistare se stesso» (p. 24).

«Essere razionali è più che essere filosofi»; il filosofo può perdere di vista quella «sapienza degli umili capaci di scoprire nella semplicità veggente del loro spirito le coordinate essenziali dell’esistenza e di conseguire quell’equilibrio interiore che è la pace promessa agli uomini di buona volontà» (p. 16). A questo proposito è da ricordare, verso la conclusione, il famoso riferimento alla madre: «nel suo sistema di vita era contenuto il senso più alto dell’essere»; «la mia scienza tende a ritornare a quella sapienza, se pur ne rimane sempre discosta» (p. 31).

«Il valore s’accende nell’essere perché l’essere è persona o rientra nell’atto efficace della persona. Questo è attestato da un’esperienza inoppugnabile: tutto intorno a noi s’avviva d’interesse d’amore di gioia quando è vivo e attivo il fulcro interiore dell’energia» (p. 27).

 

  1. Personalismo sociale, 1950. I principi basilari della sua concezione sociale sono: 1. la società si deduce dalla persona. «Alla deduzione irreversibile della società dalla persona segue il corollario che la persona umana, come fine in sé, preordina ogni finalità sociale» (p. 49). Questo sottintende la radice metafisica della sua concezione della persona e quasi ne indica la via: l’uomo rientrando in sé stesso ritrova la propria e l’altrui umanità, facendo esperienza del bene, della verità e della bellezza.
  2. Secondo principio: ogni persona esprime una vocazione sociale: «si intende la socialità come endogena nella persona, nel senso che la persona contiene in sé la sua destinazione sociale» (p. 49). «Quanto più discendo in me tanto più trovo gli altri: e quanto più mi apro agli altri tanto più approfondisco me stesso» (p. 50). Si basa sull’esperienza di indigenza che ogni persona avverte: «in quanto persona è un tutto, in quanto finita non è il tutto», e si basa sulla necessità dell’effusione per sovrabbondanza del dono agli altri. Da ciò si conclude «che la società è in interiore homine precisamente per essere inter homines» (p. 50-52).

Nessun essere è solo o chiuso in se stesso, «la monade spirituale è tutta porte e tutta finestre» (p. 17); è aperta alla società, alla storia, al mondo. Il mio atto di uomo, oltre a riconoscere che «chi ha disposto il mondo, ha voluto che la nascita di ogni essere razionale segnasse una nuova alba del creato e che Dio potesse essere riconosciuto… come il creatore di esseri il più possibile simili a Lui, cioè di esseri liberi», mi arricchisce e non mi trasporta, solitario, «in un limbo impersonale, ma nella sfera della comunione umana» (p. 18.19).

 

  1. Personalismo educativo, 1954, raccoglie relazioni ed interventi ai vari convegni. Egli ribadisce convinzioni già espresse in altre opere riaffermando ciò che è al cuore dell’essere-persona nel processo educativo e sociale: «La società inter homines ha origine in interiore homine» (p. 5). «La disposizione ad entrare in un complesso umano è intima ai singoli, sia per la finitezza umana che chiede soccorso e integrazione, sia per la natura diffusiva e comunicativa dei valori con cui si identifica la persona» (p. 139).

La pedagogia di Stefanini, partendo dal primato della persona, ha come «fine immediato la maieutica della persona» (p. 13). Riferendosi alla scuola e ai metodi educativi, sottolineando che «un vincolo di anime è al fondo del rapporto intellettuale» maestro-allievo, afferma: «La  vera attività umana, nella scuola e fuori della scuola, si esprime quando l’uomo, invece di sottostare alla brutalità delle forze che urgono nel fondo tenebroso del suo essere, s’impone ad esse, le ordina, le informa e ne fa strumento e materia alla realizzazione dei suoi fini» (p. 10.59). «L’attivismo scolastico rischia di rimaner vittima dell’impressione: attività dei sensi che ricevono, anziché dell’anima che vaglia, elabora, discrimina, elegge. Rifiuta e rimane se stessa di fronte al caleidoscopio di un’esperienza disordinata e confusa». «Alle impressioni sono da sostituirsi la riflessione e la espressione, affinché l’uomo non venga rapito a se stesso. Oggi il compito immane dell’educazione è irrobustire il nucleo interiore dell’energia affinché l’uomo resista nella sua intimità alla seduzione dei sentimenti visti, della vita disegnata e proiettata al posto della vita vissuta» (pp. 62-63).

 

  1. Un riferimento costante in Luigi Stefanini è Agostino, il cui modo di esprimersi trapassa, quasi per osmosi, in molti suoi scritti. «Nessuno meglio di Agostino è in grado d’intendere l’interiorità della vita conoscitiva, la quale non si diffonde fuori dell’uomo e sopra l’uomo se non parte dalla profondità e dall’intimità dello spirito. Anche quando l’anima umana s’inalza alla contemplazione di Dio, fa leva su se stessa per elevarsi: il redire in se ipsam è condizione indispensabile per trascendere se ipsam. S’illuminano le vie del cielo all’uomo che esplora i segreti della sua coscienza». E a proposito delle differenza tra mentalità pagana e quella cristiana: «mentre in Platone l’universale, come principio «dell’intelligibilità delle cose, è estrinseco all’anima e da questa semplicemente visto e ricordato, in Agostino invece l’universale è l’essere stesso dell’anima ragionevole, la quale da sé lo ricava riferendolo alle cose. «L’illuminazione agostiniana ha nulla in comune con la visione platonica. Coloro i quali, vedendo Agostino attraverso gli schemi mentali del naturalismo greco, presumono di riscontrare in lui tracce di ontologismo – della dottrina cioè per cui la mente umana coglie immediatamente l’Essere divino, ed in esso si trasferisce per intendere l’universo attraverso le idee divine – dimenticano che, secondo il vescovo d’Ippona, l’uomo partecipa della sapienza dall’interno e non dall’esterno. Dio illumina la mente umana in quanto la rende luminosa, non già in quanto sostituisce la sua luce alla luce propria dell’intelletto umano: il quale è passivo rispetto all’azione divina, solo in quanto riceve da Dio una natura essenzialmente attiva e autonoma. Dio ci aiuta bensì, ma dall’interno» (cfr. pagina iniziale proposta alla lettura).

 

Sarà inoltre utile rileggere alcuni tratti de Le Confessioni, in cui si narra, a dire di Giuliano Vigini,  «la grande avventura umana e religiosa di un uomo che cerca Dio per trovare se stesso».

«Mi avevi fatto più sapiente ed io camminavo tra le tenebre in un sentiero fangoso; ti cercavo fuori di me e non riuscivo a trovare il Dio del mio cuore; ero arrivato nella profondità del mare, ero sfiduciato e disperavo ormai di poter trovare la verità» (VI, 1. 213).

«Gli spasimi e i gemiti del mio cuore, i miei desideri stavano a te dinanzi e la luce dei miei occhi non era con me. La luce era dentro, ma io fuori. Non stava in un luogo; io invece guardavo alle cose che sono circoscritte localmente e non trovavo un posto per riposare. Tu internamente mi agitavi con i tuoi pungoli, non mi davi tregua fino a che io ti vedessi con certezza con il mio sguardo interiore» (VII, 7.8. 266).

«Ammonito da questa lettura [di vari testi biblici] a ritornare in me stesso, entrai da te guidato nell’intimo del mio animo» (dal De vera religione 39,22: «Non uscire fuori, rientra in te stesso; la verità abita nell’uomo interiore»).

«Per te, o Signore, al cui sguardo si svela, nella sua nudità, l’abisso dell’umana coscienza… da te, perciò, io sono conosciuto, chiunque io sia. Nessuno degli uomini conosce quello che avviene nell’uomo, se non lo spirito dell’uomo che è in lui. Ascoltare te che parli sul conto nostro, è conoscere se stessi» (X/2.3. 369).

 

  1. La grande avventura umana e religiosa di un uomo è rientrare in se stesso per trovare Dio oppure cercare Dio per trovare se stesso? È forse la mistica la vera continuatrice della filosofia classica come ricerca…? Il primo passo è «conosci te stesso». Il grande mistico Meister Eckhart afferma: «Chi vuole penetrare nel fondo di Dio, deve prima penetrare nel suo fondo proprio. In effetti nessuno può conoscere Dio, se prima non conosce se stesso». In modo analogo san Giovanni della Croce: «La conoscenza di se stessi, da cui nasce la conoscenza di Dio».

E forse val la pena di concludere rileggendo Luigi Stefanini: «solo chi dedichi tutta l’esistenza alla ricerca coscienziosa e accumuli tutte le esperienze, accogliendo tutte le testimonianze del senso, della ragione, dell’intuito, chi sopratutto, con fervido amore, educhi in sé l’affinità con l’oggetto a cui tende incessantemente lo spirito nella sua ascesa ideale, costui soltanto potrà, imperfettamente, realizzare le sue aspirazioni su questa terra e prepararsi alla visione pienamente pacificante nell’altra vita» (Platone 1/XXXIII).

 

A cura di Pier Giorgio Brufatto

11 novembre 2013

 

 

 

 

NOTE

* citazioni dalle opere di Luigi Stefanini (numerazione come da Bibliografia a cura di Laura Corrieri, p.171):

  1. Idealismo cristiano, Zannoni, Padova 1931.
  2. Imaginismo come problema filosofico, Cedam, Padova 1036.
  3. I mistici in AAVV, Romanità e Germanesimo, Sansoni, Firenze 1941, 167-182.
  4. Spiritualismo cristiano in Filosofi italiani contemporanei, a cura di M. F. Sciacca, Marzorati, Como 1944.
  5. La Chiesa Cattolica, Principato, Milano 1944.
  6. Metafisica dell’arte e altri saggi, Liviana, Padova 1948.
  7. Metafisica della forma e altri saggi, Liviana, Padova 1949.
  8. Metafisica della persona e altri saggi, Liviana, Padova 1950.
  9. AAVV, La mia prospettiva filosofica, Liviana, Padova 1950, 205-226. Riedizione a cura Assoc. Filos. Trevigiana, commento di Renato Pagotto, Canova, Treviso 1996.
  10. Discordia concors, in «Giornale Critico della Filosofia Italiana», n. 2 (1951), 293-297.
  11. Personalismo sociale, Edizioni Studium, Roma 1952 e 1979².
  12. Personalismo educativo, Bocca, Roma 1955.

 

* Studi di riferimento con citazioni dalle seguenti opere:

Glori Cappello, Luigi Stefanini dalle opere e dal carteggio del suo archivio, Libri della Fondazione Stefanini, Europrint, Quinto di Treviso 2006, in particolare pp. 291.313.339.452. 470.719.723.728.730.763.

Laura Corrieri, Luigi Stefanini: un pensiero attuale, Libri della Fondazione Stefanini, Prometheus Milano 2002, in particolare pp. 76-82.96.97.149.

Renato Pagotto, commento a La mia prospettiva filosofica, riedizione a cura Assoc. Filos. Trevigiana, Canova, Treviso 1996, in particolare pp. 98.104.106.107. Dello stesso autore Lessico alle voci Interiorità e Intenzione dalle opere di Luigi Stefanini.

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